Anestesia nel cane e nel gatto

Il termine anestesia fu coniato dal medico Oliver Wendell Holmes e deriva dal greco ἀναισθησία, “mancanza della facoltà di sentire”. Descrive il processo reversibile di depressione del Sistema Nervoso Centrale ottenuto mediante l’utilizzo di farmaci che producono uno stato d’incoscienza il cui scopo e’ quello di ottenere una risposta ridotta e/o assente agli stimoli dolorifici che in tal modo non sono ricordati dal paziente. L’anestesiologia veterinaria negli ultimi decenni ha subito profonde trasformazioni passando da procedimento prevalentemente contenitivo a pratica volta ad alleviare la sofferenza legata a procedure diagnostiche e chirurgiche, invasive o mininvasive, spostando l’attenzione sul controllo del dolore peri e post operatorio. La tecnica anestesiologica si è così enormemente affinata e l’impiego di farmaci di comprovata sicurezza, nonché l’ausilio di apparecchiature volte all’assistenza (ventilazione assistita) e al monitoraggio dei parametri vitali (monitor multiparametrici) durante le diverse procedure, la rendono sovrapponibile alla tecnica utilizzata in medicina umana, quindi sicura ed affidabile. Nella nostra pratica quotidiana, l’anestesia per procedimenti diagnostici, quali ad esempio l’endoscopia, viene effettuata seguendo un iter abbastanza standardizzato (salvo casi particolari, esempio soggetti cardiopatici, diabetici ecc.) ma personalizzato secondo la specie, la razza, l’età, la taglia e il carattere del paziente e contraddistinta da tre fasi. La prima fase, o di preparazione, nella maggiorparte dei casi consta della somministrazione in muscolo di farmaci sedativi (premedicazione) il cui scopo è quello di alleviare il “disagio ambientale” (maggiormente “sentito” della specie felina) derivante dall’ingresso nella struttura veterinaria, vissuto nella maggioranza dei nostri pazienti con stress e paura. L’effetto che si vuole ottenere è quello di alzare la soglia di attenzione e di risposta alle manualità effettuate dal personale medico, rendendo i nostri pazienti “serenamente collaborativi”. La fase successiva consta della somministrazione endovenosa di farmaci analgesici atti a ridurre e/o alleviare la percezione del dolore affiancati da farmaci che inducono un sonno artificiale, ipnosi appunto, fase cosidetta induttiva, che permette la successiva intubazione orotracheale. E’ questa la terza fase della procedura che consente la somministrazione di Ossigeno e gas anestetico atti a mantenere il sonno (fase di mantenimento) in cui il paziente viene collegato ad un respiratore meccanico per una adeguata ventilazione nonché a pompe infusionali per la somministrazione di farmaci analgesici (generalmente oppioidi). E’ durante questa fase che vengono quindi eseguite le manovre diagnostiche o chirurgiche perché caratterizzata dall’assenza di coscienza. Durante tutta la procedura, il paziente, oltre ad essere collegato ad un respiratore, viene collegato ad un monitor (monitoraggio) che controlla i parametri vitali che respiro dopo respiro e battito dopo battito danno indicazioni in tempo reale rispetto le condizioni del paziente durante la procedura stessa. Il monitoraggio è quindi momento centrale ed essenziale perché oltre a permettere il mantenimento in maniera stabile dei parametri vitali permette l’individuazione di eventuali complicazioni che possono essere quindi trattate in maniera tempestiva ed adeguata. Terminata la procedura, sia essa diagnostica o chirurgica, la somministrazione di gas anestetico viene cessata mentre viene mantenuta quella di Ossigeno, in questo modo il polmone viene “lavato” dall’anestetico il cui effetto finale è quello del risveglio del paziente che nel caso di procedure poco invasive (es. endoscopia) riacquista tutte le facoltà, cognitive e motorie, nel giro di qualche decina di minuti. Normalmente la procedura non lascia strascichi e dopo qualche ora dall’anestesia il paziente può di nuovo bere ed alimentarsi tornando alla sua routinarietà in assenza di dolore o altro disagio (assenza del ricordo).